Riportiamo la lettera pubblica sul quotidiano “il T” del 30 novembre 2024, scritta dal presidente di Arci del Trentino, Andrea La Malfa
In questi giorni volge al termine l’anno che ha visto Trento capitale europea del volontariato. Mentre si conclude un percorso che ha celebrato il valore del volontariato nella nostra Provincia ed in Italia, il no profit del nostro Paese rischia l’ennesimo provvedimento che aumenterà il carico burocratico e le difficoltà per chi si occupa del bene comune.
Stante l’attuale normativa, dal 1° gennaio 2025 le attività istituzionali delle associazioni non saranno più escluse dall’iva. Un provvedimento dall’alto tasso di tecnicismo ma che ha forti ripercussioni pratiche.
La legislazione italiana per decenni ha previsto l’esclusione dal campo iva delle attività istituzionali del no-profit e dei contributi che i soci versano per partecipare alle attività associative. Rientrano in queste moltissime attività che ognuno di noi si è trovato ad esercitare nella nostra vita; pensiamo alle quote di un campo scout, o quelle versate nei circoli anziani per partecipare ad una tombola o per bere un bicchiere, alle attività educative quali corsi teatrali e musicali e alle serate di ballo. Tutte queste attività verrebbero quindi equiparate ai servizi commerciali e come tali soggette all’applicazione dell’iva.
Questa modifica nasce da un’infrazione contestata all’Italia dall’Unione Europa, la n° 2008/2010, che ha formalizzato un’incoerenza tra la normativa italiana e la direttiva europea in materia di concorrenza. Il decreto legge 146 del 2021 risolse l’infrazione con la semplice abrogazione della norma di esclusione; una disposizione che sarebbe entrata in vigore nel 2023, scadenza prorogata poi fino al 1° gennaio 2025. Una data quantomai prossima che rischia di impattare fortemente sul mondo del noprofit e del volontariato.
L’entrata in vigore della norma significherebbe che qualsiasi associazione, indipendentemente dalla forma giuridica assunta e dalla dimensione, per poter svolgere le attività coerenti con le finalità istituzionali dovrà aprire partita iva, tenere le scritture contabili, certificare i corrispettivi, inoltrare le dichiarazioni iva. Non sarà più sufficiente il solo codice fiscale; un aumento dell’aggravio burocratico che non corrisponderà neppure ad un maggior gettito fiscale per lo Stato. Le associazioni, infatti, pagano già l’iva al fornitore: un’imposta che non viene “recuperata” dall’associazione che non ha strumenti fiscali per detrarla. Le associazioni pagano quindi l’iva al pari dei consumatori finali e delle persone fisiche. Nel nuovo caso l’iva sarebbe invece scaricata sul consumatore finale, cioè sul socio. Per lo Stato non c’è dunque alcun nuovo introito.
Ciò che ci preoccupa è l’aggiungersi di un ulteriore aggravio di adempimenti burocratici, in questo caso di ambito fiscale. Nuovi adempimenti che seguono la recente la riforma del terzo settore del 2017. La norma fiscale sull’iva del 2021 tra l’altro non si raccorda neanche con la parte fiscale della stessa riforma del terzo settore del 2017, ancora oggi inattuata in attesa dell’autorizzazione della UE.
Ci sono inoltre due considerazioni di carattere più prettamente politico che vorrei muovere sul tema. La prima riguarda l’ormai inarrestabile tendenza ad economizzare ogni rapporto sociale. Con questa norma si continua a trasformare il socio, in cliente, l’associazione, in imprenditore, le iniziative nate dalla solidarietà e dal mutualismo, in attività di commercio. Il legislatore tende a dimenticare che il principio della concorrenza non è l’unico che merita tutela; c’è un principio solidaristico e di comunità che chiede all’Europa la stessa cittadinanza del mercato. La seconda considerazione riguarda invece l’effetto di limitare nei fatti la possibilità dei cittadini di praticare l’associazionismo e così il proprio diritto costituzionale alla partecipazione. Se fare associazionismo diventa sempre più difficile, tanto da richiedere competenze tecniche sempre più elevate, l’associazionismo ed il volontariato diventano un privilegio.
L’Arci, insieme a numerose reti associative nazionali e al Forum del Terzo Settore, ha chiesto al nostro Parlamento due misure. La prima, essenziale, un ulteriore rinvio dell’entrata in vigore della norma al 2026. La seconda, ugualmente importante, utilizzare questo anno per trovare una soluzione ragionevole, concreta e stabile al problema, perché non si può neanche pensare di procrastinare in eterno la questione. Certamente avrebbe senso rinviare qualsiasi nuova norma sull’iva all’entrata in vigore della parte fiscale della riforma del terzo settore, perché l’armonizzazione delle disposizioni è essenziale per ridurre le oggettive difficoltà di gestione che i volontari incontreranno. La nostra richiesta è comunque quella di reintrodurre l’esclusione iva per le associazioni iscritte al Registro unico nazionale del terzo settore (Runts). Questo perché, oltre ad essere tecnicamente una modalità che porterebbe al superamento dell’infrazione europea, la riforma già limita le attività diverse e le distingue dalle attività di interesse generale per gli Enti di terzo settore. Inoltre, il Runts trova una sua motivazione se riesce ad essere visto non solo come un onere burocratico ma anche come un luogo dove per le associazioni è conveniente stare.
Nei giorni scorsi gli emendamenti che andavano in questa direzione presentati nella delega fiscale non hanno trovato accoglimento, nonostante fossero stati assunti in maniera trasversale dalle diverse forze politiche. Le rassicurazioni del governo si scontrano con la prossimità della data e con il fatto che per cambiare le cose resta solamente la legge di bilancio. Speriamo che i parlamentari del nostro territorio sappiamo interpretare questa nostra richiesta in favore del volontariato e dell’associazionismo trentino, dimostrando che questo titolo di capitale europea del volontariato non sarà solo una parantesi.
Andrea La Malfa
Presidente Arci del Trentino


